Specialista chirurgia dell'anca

l'intervento di protesi anca

l'inserimento di protesi per il trattamento dell'artrosi

Interventi di protesi all'anca

L’intervento di protesi totale d’anca o artroprotesi d’anca, ha avuto una notevolissima diffusione negli ultimi 40 anni. Attualmente si tratta di uno dei trattamenti chirurgici più diffusi al mondo, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che nel mondo occidentale (Europa e Stati Uniti) circa 1 milione di Pazienti l’anno si sottopongono a questo intervento. Si tratta di una procedura chirurgica in cui l’avvento delle nuove tecnologie, nella scelta e selezione di leghe metalliche biocompatibili quali il titanio o le nuove ceramiche, ha sicuramente apportato notevoli miglioramenti ed incrementato la durata e la funzionalità degli impianti protesici. Questo intervento è efficace e risolutivo per il trattamento dell’artrosi dell’anca o coxartrosi, sia di tipo primario che di tipo secondario.

L’artrosi primaria è quella che insorge come processo degenerativo articolare. Si tratta della classica artrosi, che si manifesta in età matura e che causa al Paziente dolore e limitazione del movimento. L’artrosi secondaria è invece quella che si forma in conseguenza di patologie che causano un danno all’articolazione. Le patologie più comuni che causano un’artrosi all’anca sono: la displasia; la necrosi asettica della testa del femore; le malattie reumatiche come l’artrite reumatoide e l’artropatia psoriasica. Ma l’artrosi secondaria può manifestarsi anche dopo un trauma, come nelle fratture della testa o del collo del femore o nelle fratture dell’acetabolo. In questi casi si parla di artrosi post-traumatica.

In tutti questi casi l’intervento di protesi totale d’anca consiste nel rimuovere le superfici articolari artrosiche, che sono danneggiate ed irregolari e che non permettono più un adeguato scivolamento dell’articolazione. Queste superfici vengono sostituite dalla protesi, che in particolare è composta da 3 elementi essenziali: Il cotile, che è una coppa che viene inserita nell’acetabolo; uno stelo, che viene inserito nel femore; ed una testina sferica, che viene inserita nello stelo e che si articola con il cotile. Si forma così la nuova articolazione, con uno scivolamento armonico tra le due superfici, in modo da eliminare il dolore e ridare una normale mobilità articolare.

DESCRIZIONE DELLE PATOLOGIE TRATTABILI

Coxartrosi
  • Coxartrosi
    L’artrosi dell’anca o coxartrosi primaria è una malattia cronica e degenerativa. Essa interessa la testa del femore e l’acetabolo, determinando un’alterazione delle superfici articolari. Queste sono nella norma, rivestite dalla cartilagine, che è un tessuto molto delicato che permette lo scivolamento armonico delle due superfici articolari. Il processo artrosico altera e danneggia queste superfici, deformandole e rendendole irregolari. Come conseguenza di questa alterazione, le superfici articolari non scivolano più armonicamente durante il movimento e l’articolazione diventa rigida e dolorosa.
    I classici segni clinici dell’artrosi dell’anca sono il dolore, che può essere presente anche a riposo, ma aumenta notevolmente durante l’attività causando spesso zoppia, e la limitazione del movimento. Il Paziente prova difficoltà a deambulare correttamente, o a compiere movimenti quotidiani come il salire le scale, allacciarsi le scarpe o indossare le calze, oppure anche nell’aver cura della propria persona.
  • ​Displasia dell’anca
    La displasia dell’anca è una malattia genetica a carattere ereditario che consiste in un’alterazione dello sviluppo dell’acetabolo, la parte dell’anca che si trova nel bacino. A Causa di tale alterazione, che si manifesta già in età pediatrica, l’acetabolo non si sviluppa normalmente e non copre sufficientemente la testa del femore. Ne consegue che la testa del femore stessa tende a risalire e non si articola correttamente col bacino. Ciò causa una grave degenerazione artrosica i cui sintomi sono gli stessi della coxartrosi primaria, ma si manifestano in età più giovanile (30-50 anni).

 

  • Necrosi asettica della testa del femore.
    Questa malattia è causata da un mancato afflusso di sangue alla testa del femore. Il tessuto osseo, non più irrorato ed alimentato dal sangue, muore (necrosi) e quindi si instaura un processo che causa il “crollo” dell’osso stesso, che non sostiene più il rivestimento cartilagineo. L’articolazione si deforma e ne consegue un danno articolare che causa un’artrosi secondaria.
    Più frequentemente la necrosi della testa del femore si manifesta in Pazienti che subiscono una frattura del collo del femore, o sono sottoposti a trattamenti con farmaci steroidei, a chemioterapia o a terapia radiante per la cura di neoplasie. Talvolta tale malattia si manifesta in associazione ad ipercolesterolemia o, più raramente, in Pazienti che per sport o per professione eseguono attività subacquea.
    In non rari casi però la necrosi si manifesta senza alcuna causa e quindi viene definita “Idiopatica”.
    Esistono diversi stadi di gravità di questa malattia. In quelli più gravi ed avanzati, la degenerazione artrosica è talmente grave da rendersi necessario un intervento di protesi totale d’anca.

 

  • Morbo di Perthes.
    Si tratta di una malattia che insorge in età pediatrica, caratterizzata da una necrosi ampia della testa del femore. Non raramente si manifesta in entrambe le anche.
    La sua evoluzione è particolarmente sfavorevole in quanto la testa del femore risulta gravemente deformata dal processo necrotico ed artrosico.
    In questi casi è spesso necessario ricorrere all’intervento di protesi totale, anche in pazienti molto giovani.

 

  • Epifisiolisi della testa del femore.
    Anche questa malattia insorge in età pediatrica ed è caratterizzata da uno scivolamento della testa del femore che quindi non si posiziona correttamente sul collo del femore.
    Tale lesione rappresenta l’anticamera dell’artrosi dell’anca, che spesso in questi casi bisogna trattare con l’intervento di protesi in età giovanile.
  • ​Coxartrosi post-traumatica.
    Le fratture del collo del femore sono particolarmente frequenti in Pazienti anziani, a causa dell’osteoporosi senile. Ciò nonostante anche Pazienti più giovani possono subire la frattura della testa o del collo del femore o la frattura dell’acetabolo, in conseguenza di incidenti automobilistici, sul lavoro o sportivi. Spesso la conseguenza, anche a distanza di tempo, del trauma subito è la degenerazione artrosica dell’anca, che in questi casi prende appunto il nome di artrosi post-traumatica.

 

  • Artrite Reumatoide.
    L’artrite reumatoide è una malattia sistemica che interessa quindi tutto il corpo, la cui natura infiammatoria coinvolge in maniera particolare le articolazioni. L’anca quindi può essere interessata dall’artrite, che causa pertanto una degenerazione dell’articolazione con danno irreversibile alle superfici cartilaginee. Anche in questo caso il dolore e la limitazione funzionale sono i sintomi prevalenti.
    Nonostante le terapie farmacologiche, tale malattia spesso necessita di un trattamento chirurgico protesico, essendo questo il solo che possa restituire la piena articolarità in assenza di dolore.

 

  • Artropatia psoriasica.
    La Psoriasi, che notoriamente si manifesta a livello cutaneo, può interessare anche le articolazioni. Si tratta di una patologia analoga all’artrite reumatoide. Anche in questo caso il trattamento del danno articolare all’anca, richiede un trattamento chirurgico protesico risolutivo.

LA SCELTA DELLA GIUSTA PROTESI

Protesi anca a stelo corto
Protesi di rivestimento

L’intervento di protesi risolve in modo efficace e permanente il dolore e la limitazione del movimento, mediante la sostituzione dell’anca con un’articolazione artificiale. Ma non tutti i Pazienti necessitano della stessa protesi d’anca! La scelta del tipo di protesi più indicata per ciascun Paziente necessita di un’accurata analisi delle caratteristiche cliniche e sociali di ogni singolo Individuo, da parte del medico.
I Fattori che influiscono maggiormente su questa scelta, oltre alla patologia ed al tipo di artrosi di cui il Paziente è affetto, sono: l’età; le condizioni cliniche generali; le condizioni sociali e lavorative; il livello di attività; le aspettative del Paziente stesso.

  • LA PROTESI D’ANCA “STANDARD”

Come detto in precedenza la “classica” protesi totale d’anca è costituita da tre elementi: Il cotile, che è una coppa che viene inserita nell’acetabolo; uno stelo, che viene inserito nel femore; ed una testina sferica, che viene inserita nello stelo e che si articola con il cotile.
Questo impianto “standard” è ottimale nella gran parte dei casi e può essere applicato in 3 modi diversi, definendo 3 tipi di protesi, in base a come queste vengono inserite nell’osso:
Protesi non cementate: l'ancoraggio della protesi all'osso avviene grazie all'integrazione delle componenti della protesi con il tessuto osseo senza l'interposizione di materiali “cementanti”. Sono indicate nella maggior parte dei casi, soprattutto in pazienti in cui la qualità dell’osso è ancora ben conservata.
Protesi cementate: l'ancoraggio delle componenti è affidata ad una cementazione con polimetilmetacrilato (PMME) che consente, mediante la sua interposizione, l'aderenza della protesi all'osso. Sono particolarmente indicate nei casi in cui la qualità dell’osso è precaria, come in Pazienti affetti da artrite reumatoide o in Pazienti di età molto avanzata.
Protesi ibride: una delle due componenti è cementata e l’altra no. Sono meno diffuse e rappresentano una scelta possibile in casi particolari in cui una delle due parti ossee sia particolarmente compromessa rispetto all’altra.

  • LA PROTESI D’ANCA DI RIVESTIMENTO

Si tratta di un tipo di protesi particolarmente indicata in pazienti molto giovani, con una qualità ossea ottimale.
Presenta i seguenti vantaggi:
1)rispetta meglio l’anatomia originale dell’anca
2)restituisce una migliore funzionalità articolare (anche nello sport)
3)garantisce una maggiore stabilità
4)permette il massimo risparmio osseo possibile.
Le protesi di rivestimento, contrariamente alle protesi standard, sono costituite da solo 2 elementi: il cotile, che viene inserito nell’acetabolo; la testa femorale, che viene inserita come un “rivestimento” della testa femorale artrosica e che si articola direttamente con il cotile.
In sintesi nella protesi di rivestimento la testa ed il collo del femore non vengono tagliate via per inserire lo stelo dentro al femore, ma la testa femorale stessa viene sagomata e rivestita dalla protesi.

  • LA PROTESI D’ANCA A CONSERVAZIONE DEL COLLO O CON “MINI STELO”

Si tratta di protesi d’anca come le standard (cotile – stelo – testina) ma con la differenza che si conserva il collo del femore e lo stelo femorale è di dimensioni ridotte. Anche queste protesi sono indicate in Pazienti giovani e con osso di buona qualità.

TRATTAMENTO CHIRURGICO

L’intervento di protesi totale d’anca o artroprotesi d’anca comincia con il posizionamento del paziente sul lettino operatorio.
Il Paziente viene posizionato sul fianco, in modo che il lato da operare sia rivolto verso l’alto ed il bacino viene bloccato con degli appositi supporti.
Si procede pertanto alla preparazione e disinfezione del campo operatorio e successivamente, posizionata tutta la strumentazione necessaria, si procede alla incisione chirurgica. Questa può essere più o meno ampia in base alle dimensioni ed al peso del Paziente.
La capsula articolare viene incisa e vengono esposte le superfici ossee ed articolari. Tali superfici sono trattate con strumenti opportuni che rimuovono la parte artrosica e consentono il posizionamento degli elementi protesici.
Una volta posizionata la protesi, viene valutata la sua stabilità ed il movimento delle nuova articolazione. Se è necessario si procede anche alla correzione di eventuali differenze di lunghezza degli arti inferiori.
Alla fine dell’intervento chirurgico si procede alla sutura delle diverse parti anatomiche sezionate e si posiziona un tubicino in silicone che fuoriesce dalla cute. Questo tubicino è il drenaggio, il cui scopo e quello di far fuoriuscire il sangue ed i coaguli che si formano dopo l’intervento. Questo drenaggio verrà rimosso durante la prima medicazione della ferita, il giorno dopo l’intervento.
Il Paziente viene quindi spostato nel proprio letto di degenza, controllato dell’anestesista e successivamente inviato nel reparto.

PERCORSO ASSISTENZIALE

  • Prima dell’intervento: Il Paziente, dopo essere stato visitato dallo specialista ortopedico che indica l’intervento, viene indirizzato all’ufficio ricoveri dell’ospedale per organizzare il prericovero. Questo consiste nell’esecuzione di esami di sangue, elettrocardiogramma, radiografie del torace e dell’anca da operare, visita con l’anestesista del cardiologo ed eventuali altre visite specialistiche richieste. In tal modo vengono valutate le condizioni generali e confermato l’intervento chirurgico. Successivamente viene fissata la data del ricovero e dell’intervento.
  • Ricovero: Il Paziente viene nuovamente visitato dal medico del reparto che imposta la terapia medica in relazione anche alle altre malattie eventualmente già in trattamento. Subito dopo l’intervento ha inizio il protocollo di riabilitazione. La degenza media presso il reparto è di circa 4 giorni nel reparto chirurgico, seguito da 2/3 settimane di ricovero nel reparto di riabilitazione.
  • Dopo il ricovero: Il Paziente viene seguito dallo specialista che ha eseguito l'intervento mediante controlli cadenzati ( 30 giorni dopo l'intervento; 3 mesi dopo l'intervento; 6 mesi dopo l'intervento; 12 mesi dopo l'intervento e quindi controlli annuali). Durante i controlli il paziente viene visitato e sottoposto a controllo radiografico dell'anca operata in genere durante il controllo a 6 mesi, 1 anno ed in occasione dei successivi controlli annuali.

RIABILITAZIONE

Con l’aiuto del fisioterapista il paziente potrà riprendere la mobilizzazione dell’arto il giorno dopo l’intervento. Inizialmente verranno eseguiti degli esercizi a letto di flesso estensione e rotazione dell’anca operata per recuperare la mobilità dell’articolazione. Successivamente, già dopo 2 o 3 giorni dell’operazione, potrà cominciare a deambulare con l’ausilio di due bastoni canadesi, dando progressivamente il carico sull’arto operato.

Programma riabilitativo post operatorio:

  • Deambulare con 2 bastoni canadesi con carico parziale dal 2° giorno post operatorio per 3 settimane.
  • Successivamente 1 bastone canadese controlaterale per 2 settimane.
  • Cyclette a regime “O” 15 minuti tre volte al giorno dal 10° giorno post operatorio per 3 settimane.
  • Nuoto a stile libero o dorso, o ginnastica dolce per il potenziamento muscolare degli arti inferiori, dal 21° giorno post operatorio per 3 settimane.
  • Ripresa delle attività lavorative sedentarie e della guida di autovetture 6 settimane dopo l’intervento.
  • Ripresa delle normali attività lavorative non sedentarie o attività sportiva lieve senza impatto 12 settimane dopo l’intervento.
  • Ripresa di attività sportive con impatto 24 settimane dopo l’intervento
  • Solo se ritenuto necessario dallo specialista ortopedico, viene richiesta una riabilitazione specifica assistita dal fisioterapista.

DOMANDE E RISPOSTE

1. Che tipo di anestesia per l’intervento?
L’anestesista valuterà in base alle condizioni generali del paziente e alle malattie associate, quale anestesia sia più indicata. Generalmente viene scelta l’anestesia peridurale che determina la sola anestesia dell’arto inferiore. Il paziente è sveglio, respira autonomamente ma, se necessario, può essere sedato dall’anestesista al fine di ridurre il carico emotivo. Con questo tipo di anestesia periferica è inoltre possibile applicare un sondino (peridurale) che controlla il dolore nei primi giorni postoperatori. In alcuni casi l’intervento viene eseguito in anestesia generale.

2. Come si controlla il dolore dopo l’intervento?
Una pompa ad infusione viene montata durante l’intervento per il controllo del dolore post-operatorio. Dopo l’intervento Il medico e gli infermieri del reparto con l’anestesista che gestisce la terapia del dolore, controllano la funzionalità e la capacità della pompa del dolore integrando la terapia con antinfiammatori ed antidolorifici minori e maggiori.

4. Quanto durerà l’intervento?
La durata dell’operazione ovviamente varia in base alla patologia da trattare. In media si può dire però che indicativamente l’intervento dura 90 minuti.

5. Quali sono i rischi collegati con l’intervento?
L’incidenza di complicanze legate all’intervento di protesi d’anca è piuttosto bassa rispetto ad altre chirurgie. Una stima internazionale ha valutato una incidenza media del 2,5%. Nella mia personale casistica basata su più di 1500 interventi eseguiti dal 1995 l’incidenza di complicanze è pari a 2,1%.
Lussazione:
Consiste nella dislocazione della testa protesica al di fuori del cotile con comparsa di dolore e limitazione funzionale. A rischio il paziente nei primi 3 mesi dopo l’intervento. E’ importante nei primi mesi evitare movimenti eccessivi come flettere l’anca oltre 90° (sedersi su sedie troppo basse, WC senza rialzo, incrociare le gambe). Predispone a tale evento uno scarso tono muscolare che si riduce dopo i primi mesi grazie ad un buon trattamento fisioterapico. Importante attuare specifici accorgimenti (usare rialzo WC, abolire il bidet usando la doccia per l’igiene personale).
Infezione:
Complicanza temibile ma fortunatamente rara (1%). Può avvenire anche in casi dove la procedura chirurgica sia stata condotta in maniera asettica e corretta, anche in presenza di una profilassi antibiotica. Alcuni pazienti sono più a rischio come quelli affetti da diabete mellito o immunodeficienza. Di norma l’infezione si manifesta precocemente e richiede una diagnosi rapida per un immediato trattamento.
Trombosi Venosa:
Importante complicanza perché può causare un’embolia polmonare. Con gli attuali protocolli di prevenzione sia farmacologici (Inibitori fattori coagulazione, Eparina Basso Peso Molecolare) che fisici (calze elastiche) ed una precoce mobilizzazione e riabilitazione si ha una bassa incidenza di episodi sintomatici o di complicanze polmonari.
Ematoma post-operatorio:
E’ possibile che si formino degli ematomi dopo l’intervento chirurgico, che si localizzano soprattutto nella redione glutea o laterale della coscia. Tali ematomi regrediscono anche spontaneamente in 3 settimane e non necessitano quindi di un trattamento specifico.
Lesioni neurologiche:
Possono verificarsi delle lesioni neurologiche del nervo sciatico, femorale e femorocutaneo. Tali lesioni sono rare e purtroppo spesso irreversibili. La loro incidenza è inferiore allo 0,3%.

6. E’ necessaria una trasfusione dopo l’intervento?
Si, talvolta è necessaria una trasfusione per migliorare le condizioni generali e per permettere una rapida riabilitazione. E’ possibile recuperare il sangue, durante e dopo l’intervento, dal drenaggio della ferita chirurgica senza mai staccarlo dal corpo del paziente (come richiesto dai pazienti Testimoni di Geova). Inoltre, ove necessario, può essere utilizzato il sangue prelevato al paziente stesso (predeposito) prima dell’intervento, se consentito dalle condizioni generali. Si può, per concludere, comunque ricorrere alla trasfusione di sangue da donatore compatibile, quando necessario.

7. Come si svolge l’intervento chirurgico e quanto dura?
Il mattino dell’intervento il paziente viene portato in sala operatoria nel suo letto dagli inservienti ed introdotto nel blocco operatorio. Qui gli anestesisti e gli infermieri di sala lo preparano all’anestesia , quindi lo posizionano sul letto operatorio. I chirurghi, dopo aver preparato il campo operatorio, eseguono l’intervento che ha una durata media di 90 minuti. Dopo l’intervento il paziente viene controllato dagli anestesisti e dai chirurghi nella sala di anestesia per un eventuale monitoraggio e successivamente riportato in reparto nel suo letto.

8. Di quali materiali è fatta una protesi d’anca?
Lo stelo è generalmente in titanio perché è un materiale che si adatta e si integra con l’osso in modo da non dover usare il cemento per fissare la protesi. La coppa acetabolare è fatta di acciaio o titanio e l’inserto, che serve da frizione con la testa della protesi, è di polietilene ad alta resistenza, o di ceramica o di metallo. Questi materiali e le modalità di fabbricazione permettono oggi di ottenere una usura della protesi vicina allo zero.

4. Quanto durerà una protesi?
E’ difficile poterlo stabilire. I materiali utilizzati sono molto resistenti ma è importante l’adattamento dell’osso alla protesi. In ogni caso si può dire che 15/20 anni è una previsione possibile.

FONTANA DR. ANDREA ORTOPEDICO | 34, Via Frova - 20092 Cinisello Balsamo (MI) - Italia | P.I. 02268200967 | Tel. +39 02 66012960 | dr.andreafontana@libero.it | Informazioni legali | Privacy | Cookie Policy | Sitemap
Powered by  Pagine Gialle  -  SmartSite